• Digestori anaerobici

    Dalla digestione anaerobica dei residui organici viene prodotto un gas ricco in metano (biogas) che può essere purificato per essere immesso in rete o utilizzato per il trasporto, sostituendo il metano di origine fossile

  • L'impianto dimostrativo di Roncocesi

    Il primo impianto dimostrativo per la produzione di biometano per autotrazione dal trattamento del biogas da fanghi di depurazione

  • Dal biogas al biometano: l'upgrading

    L'upgrading consiste nella separazione dell’anidride carbonica e di altri componenti indesiderati dal biogas da discarica o da fanghi di depurazione.

  • Dal biogas al biometano: l'upgrading

    Lo skid di upgrading degli impianti dimostrativi di BioMethER su biogas da fanghi e biogas da discarica è basato sulla tecnologia a membrane

  • Dal biogas al biometano: l'upgrading

    Il biometano ottenuto dall’upgrading arriva ad ottenere un contenuto energetico comparabile a quello del gas naturale. La tecnologia di upgrading ottimale dipende dalle portate e dalle caratteristiche del biogas in entrata.

mercoledì 16 settembre 2015

Autore: BioMethER
Nessun commento | mercoledì, settembre 16, 2015
Il polso degli attori coinvolti si è percepito nel corso del seminario tecnico organizzato dal CIB, il Consorzio Italiano Biogas, a Bologna lo scorso 10 settembre, con la presenza di oltre 220 persone, gran parte operatori, pronti a investire negli impianti dopo il recente completamento della normativa, almeno per quel che riguarda il suo utilizzo extra rete, cioè come carburante nei trasporti e nella cogenerazione ad alto rendimento, peraltro oggetto principale dell’incontro.
Per quanto riguarda invece il suo uso nella rete gas, restano ancora alcune criticità come la necessità di definire le condizioni tecnico-economiche da parte dei gestori di rete e i parametri di qualità del prodotto.

Ricordiamo che il biometano nasce dal processo di raffinazione del biogas (mediante upgrading) per arrivare a una concentrazione di metano del 95%, che lo rende assimilabile al gas naturale. Oggi possono richiedere la qualifica di impianto di produzione di biometano i soggetti responsabili di impianti non ancora in esercizio (richiesta di qualifica a progetto), cioè che sono in fase di progettazione o nella fase successiva all’avvio dei lavori, ma non ancora completati e, ovviamente, anche i soggetti responsabili di impianti di produzione di biometano già in esercizio (vedi anche su QualEnergia.it).

Tra le intenzioni del legislatore dietro questa spinta al biometano c’è sicuramente l’idea di valorizzare nei prossimi anni gli impianti di biogas esistenti, come ha spiegato Marco Pezzaglia, responsabile ufficio studi CIB, soprattutto per favorire un abbassamento della componente A3 mediante, appunto, lo “switch” da biogas per l’elettricità a biogas per il biometano.

Per capire questa nuova e stimolante fase per il biometano in Italia alla luce della normativa più recente e in particolare per l’uso extra-rete, chiediamo a Piero Gattoni, presidente del Consorzio Italiano Biogas, di fornirci un quadro sintetico dello stato dell’arte.

«Proprio sull’extra rete – spiega Gattoni - si è chiusa la prima parte di procedure di percorso attuativo che era stato aperto con il decreto del 5 dicembre 2013. Ripercorrendo un po’ la storia sulla normativa del biometano ricordiamo che tutto è nato proprio da questo decreto che indicava tre strade per l’indirizzo della produzione e uso di biometano realizzato da fonti agricole e agro-industriali e da rifiuti alimentari di origine commerciale o domestica. Le opzioni indicate sono quelle di usare il biometano nel settore dei trasporti come carburante oppure immetterlo direttamente in rete, stoccandolo, per facilitare così l’efficientamento della produzione da biometano, che essendo una quota del 50% circa della produzione di biogas ha il vantaggio di essere una molecola chimica in grado, appunto, di essere stoccata e, come sappiamo, la rete di distribuzione del gas ha la capacità di farlo. Possiamo così produrre un’energia da utilizzare là dove serve: in cogeneratori ad alto rendimento utilizzando anche il calore, oppure nei momenti in cui la rete ne ha veramente bisogno».

Come è stato spiegato anche nel vostro incontro, il settore sembra pronto a investire da subito nel biometano per il settore dei trasporti.

Sì, è così. Il fatto che per l’extra-rete abbiamo completato il passaggio attuativo significa che da domani possiamo produrre e raffinare il biogas in biometano, portarlo attraverso un carro-botte o un carro cisterna in forma gassosa o liquida ad un distributore e venderlo a un cittadino che possiede un’auto alimentata a metano.

Si è parlato molto di incentivi, i CIC, certificati di immissione al consumo. Ma il dato sul loro valore è ancora complesso da definire.

Ricordiamo che la differenza fondamentale è che l’incentivo è dato da un obbligo che hanno i distributori di carburanti fossili rappresentato da una quota che il nostro Paese ha già individuato sia per i carburanti di prima generazione che per i carburanti cosiddetti “avanzati”, qual è il biometano prodotto esclusivamente da determinate biomasse. Quindi l’incentivo sarà sostenuto direttamente dalle industrie dei carburanti, non gravando sulle bollette dei consumatori. In questa fase quindi questo nuovo settore avrà bisogno di un mercato. In linea di principio si tratta di una strategia corretta, ma è ovvio che questa primissima fase, in cui le industrie devono partire con nuovi investimenti, dovrà essere accompagnata da una sempre maggiore trasparenza del mercato dei certificati in modo da permettere alle aziende di conoscere quale sarà il loro effettivo valore nel medio periodo per definire meglio i business plan. Siamo fiduciosi che ci siano le condizioni per creare le sinergie con il mondo della distribuzione dei carburanti e capire che questa è una via utile per risolvere un obbligo, che comunque esiste, lasciando sviluppo e lavoro nel paese, dimostrando inoltre sensibilità ambientale.

Appunto sulla questione ambientale. Contro la filiera biogas-biometano in Italia sono nati numerosi comitati locali che si oppongono a questi impianti. Qual dovrebbe essere l’approccio più corretto per confrontarsi con le comunità e favorire l’accettabilità di queste installazioni?

È un tema molto italiano. Bisognerebbe passare da un “no” precauzionale ad un “sì” responsabile. Pensiamo che il ruolo del consorzio CIB sia di stimolare il dibattito all’interno del mondo imprenditoriale affinché tutti i progetti siano sempre più orientati verso l’efficienza e la sostenibilità non solo economico-ambientale, ma anche sociale. Per questo abbiamo realizzato diverse campagne (l’ultima è consultabile su youtube #cibeneficiano tutti, ndr) con una spiegazione del “biogas fatto bene”. Ciò significa assumersi la responsabilità come produttori che qualsiasi attività può avere sia un impatto negativo che positivo dal punto di vista ambientale. Noi lo stiamo facendo perché crediamo in questo modo di rendere più competitive le nostre aziende, ma anche perché pensiamo di fare progetti anche di valenza sociale ed ambientale. Dobbiamo però insegnare agli imprenditori come comunicarlo ai cittadini, coinvolgendoli anche preventivamente rispetto ai progetti che si hanno intenzione di sviluppare. Insieme dobbiamo poi confrontarci con il mondo delle associazioni ambientaliste perché si possa elaborare un piano di comunicazione, come è negli obiettivi di un progetto europeo a cui parteciperemo con CNR e Legambiente.

Laddove le opposizioni si dimostreranno immotivate dovremmo avere anche la forza di portare dati scientifici a dimostrazione del fatto che questi progetti sia opportuni e sostenibili, chiedendo anche ai cittadini di fare uno sforzo di approfondimento imparziale su queste tematiche.

Fonte: Quale Energia

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